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Key Gallery incontra Giacomo Spazio: un viaggio nello stencil tra Punk e Hip Hop

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Proseguiamo nel nostro viaggio tra gli artisti di Urban Connection con un pezzo da 90: lui è Giacomo Spazio, artista ma anche curatore, studioso e appassionato conoscitore del mondo underground dacché questo esiste. Giacomo ha fatto la storia, nel senso che l’ha vissuta in prima persona e ha contribuito ad alimentarla con le sue esperienze, le sue attività e a mantenere viva la memoria grazie al suo sconfinato archivio.

Lo intervisto con un po’ di reverenza, ma consapevole del fatto che Giacomo, in fondo, è Giacomo, lo stesso che in un’intervista ha detto: “Sono un uomo. Semplicemente un uomo. Il mio stile di vita si riflette totalmente nel mio lavoro artistico”. Quest’ultimo è rappresentato, almeno nell’ambito di Urban Connection, da una serie di stencil su tela, che diventano anche il nostro tema di dialogo.

Quand’è stata la prima volta che hai visto uno stencil in vita tua?

La prima volta che ho conosciuto lo stencil è stata quando frequentavo la quinta liceo: lavoravo di notte alla Motta dove usavano questa macchina bellissima che incideva direttamente i cartoni su cui venivano spruzzate delle vernici per i pacchi in partenza per il Benelux. Mi è rimasto davvero tutto molto impresso in mente.

E la prima volta che hai usato lo spray?

Quella prima volta è stata a metà degli anni Settanta, ma delle cose che ho fatto in quel periodo, purtroppo, non ho mai più trovato traccia. L’unica cosa che disegnavo sui muri era un carillon con una testa a molla: una di queste l’avevo fatta sul vivaio di Quarto Oggiaro, e proprio quella mi piacerebbe ritrovare, sarebbe un po’ il compimento dell’opera finale. Per la maggior parte del tempo, però, con lo spray sui muri ci scrivevo: in generale il mio rapporto con la scrittura è sempre stato fortissimo, da ragazzino volevo fare il poeta, scrivevo i testi delle mie canzoni e anche oggi non produco un quadro che sia senza scritte.

Già, le scritte, lo scritto, la base del Writing. Dal cui alveo, ma in una galassia molto lontana, nascerà poi la Street Art, che fa largo uso della tecnica dello stencil. Eppure i tuoi primi stencil e le tue prime scritte avevano poco a che fare con la scena Hip Hop da cui discende il Writing…

Sì, perché avevano molto più a che fare con il Punk che, in Italia, nasce poco prima dell’arrivo dell’Hip Hop. Eravamo persone che fuggivano dalla politica degli anni 70, persone che, come me, avevano un altro tipo di sentire perché quel vecchio modo di pensare, di agire e di fare politica ci stava davvero stretto. Pensa che per “Rumore” scrissi un articolo dal titolo “Tutto ma gli Inti Illimani no” e dopo il periodo del Leo, quando la gente diceva che c’era da fare qualcosa previa assemblea, dicevo che l’autocoscienza anche basta. Per dire. Per tornare allo stencil, questo parte con il Punk perché molte persone legate alla scena musicale e ai gruppi che la seguivano usavano questo strumento assieme allo spray per alcune semplici ragioni: era parte di una politica più legata alla visione anarchica del “do it yourself”, era funzionale a una comunicazione diretta, non era mediato da nessuno, era un modo come un altro di riprodurre velocemente e in giro il simbolo del gruppo che ci piaceva di più, o il simbolo preferito che, nel mio caso, era il gatto Felix. Insomma, non aveva un senso preciso stencilare Felix che ride con le mani alzate, ma era pura espressione, voglia di lasciare un segno sui muri senza raggiungere per questo un’idea di profitto. Eppure ben presto le idee si sono scontrate con la realtà: fare stencil era diventato molto costoso, specie a causa dell’alto prezzo delle bombolette, e col tempo ho lasciato un po’ perdere la faccenda.

E come ci sei ricascato?

Verso la metà degli anni Ottanta si sbarcò in Spagna, al KGB di Barcellona, per una mostra legata non solo a Las Bolas ma anche alla rinascita barcellonese di altri stencilisti che erano tutti Rock Core. Questa mostra ha fatto in modo che noi tutti conoscessimo e frequentassimo un amico comune, Genis Cano, che è stato il primo ad avere scritto un libro oltre la lezione storica degli americani, “Barcellona murs”. Non solo. Lui era amicissimo di Tristan Manco, writer, designer, amico di Banksy e autore di “Stencil graffiti”, una raccolta con tutti i vecchi degli stencil. Ma mentre all’estero la questione degli stencil era molto sentita, in Italia non c’è nessuno a cui gli fregasse qualcosa: solo Vandalo e Teatro, in un anno non ben definito della decade dei Novanta, a un certo punto mi hanno detto “C’è una roba al Leo, tira su i tuoi cazzo di stencil e vieni”, e da lì è ripartito tutto.


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