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Urvanity 2019, la fiera della nuova arte contemporanea raccontata da Greg Jager

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Vi ricordate tutto il mio rammarico per non essere stata a Madrid nei giorni di Urvanity The New Contemporary Art Fair e ARCOmadrid? Ebbene, non so se perché mosso a compassione o se per quella naturale propensione umana che lo caratterizza, Greg Jager ha deciso di farmi un mega regalo: presente, in quei giorni, alle due manifestazioni più importanti per l’Arte Urbana della capitale spagnola, Greg non solo mi ha raccontato a voce quello è successo durante le kermesse, ma si è anche offerto di scrivere un pezzone (corredato delle sue foto) per Scratch, per permettere a chi, come me, non ha potuto raggiungere la città tra fine febbraio e inizio aprile.

Ne è nato il pezzo che pubblico, integralmente, qui sotto, badando a sottolineare che quanto scritto scaturisce dalla sensibilità (e dalle sensazioni) che un artista (e quindi né un giornalista né uno scrittore) come Greg ha avuto immergendosi a 360 gradi non solo nell’evento ma anche nella vita della città in quei giorni di grande fermento creativo e culturale. Buona lettura!

Durante la settimana dell’arte, che ha chiamato a raduno i protagonisti internazionali del contemporaneo, ho trovato una Madrid calda in tutti i sensi. Oltre ai 22 gradi al sole e le mezze maniche, infatti, la città è stata riscaldata anche dal fitto calendario di eventi in programma nell’arco dei quattro giorni di attività. All’ombra di ARCOmadrid (fiera d’arte contemporanea giunta alla sua trentottesima edizione con 166 gallerie e 38 progetti d’artista) si sono tenute nel Barrio de Chueca (quartiere storicamente gay e centro della movida madrilena) ben sei fiere collaterali oltre a diverse mostre e progetti di arte urbana.

Proprio in tema di arte urbana tra le varie fiere è giunta al suo terzo anno Urvanity Art Fair, all’interno del COAM, Collegio degli architetti di Madrid. Il calendario degli eventi e la selezione di gallerie prometteva bene già dal lancio della comunicazione sui social e dal mio punto di vista Urvanity è stato il motivo principale della mia permanenza madrilena. Dalla comunicazione è passato anche un concetto molto interessante e che io condivido pienamente: Urvanity non parla di street art o Urban art ma si pone come fiera promotrice della “nuova arte contemporanea”. Sì, perché proprio in questo momento storico ci troviamo di fronte un melting pot culturale che ha dato vita ad una nuova corrente di pensiero ed estetica nata dalla fusione di diverse correnti (urban art, graffiti, pop surrealism, solo per citare le principali) che negli ultimi anni hanno dominato le scene artistiche ma senza dialogare tra loro.

Al mio arrivo noto fin da subito un clima totalmente informale e rilassato. Mi sono fermato a fare un po’ di “chat” con le gallerie che ho trovato nella prima parte del percorso. In buona parte italiane erano nell’ordine: Galo Art Gallery (Torino), Doppelgaenger (Bari), Martinas Gallery (Giussano), Magma Gallery (Bologna), Antonio Colombo (Milano) e Wunderkammern (Roma-Milano). A seguire il monumentale allestimento site specific di Okuda San Miguel curato da IAM Madrid e sponsorizzato da Iqos. Oltre 100 mq cosparsi di colori e geometrie. Al centro dello spazio un’enorme testa colorata che forse vuole simboleggiare la rigenerazione della creatività che in quei giorni si è vissuta al COAM.

Al piano inferiore si nota subito lo stand di Montana Gallery (Barcellona) con i lavori di Kram e GR170 ed una serie di spray ad edizione limitata dedicati a Keith Haring e JM Basquiat, poco più avanti sempre Montana presidia con un corner dedicato alla pubblicazione Tramontana, giunta al suo secondo volume. Tra le varie gallerie a seguire mi soffermo alla RUArts Gallery (Mosca) che espone Marat Morik, Ivan Ninety e Dimitri Aske. Subito a seguire mi dirigo dritto allo stand di Urban Spree (Berlino) dove già da lontano riconosco le foto di Martha Cooper che per l’occasione si è unita alla crew berlinese dei 1UP seguendoli nelle loro azioni di bombing estremo che da vecchio graffitaro non posso che ammirare. La passeggiata continua tra gli stand tra cui degni di personale nota Adda&Taxie (Parigi), Swinton Gallery (Madrid), Sc Gallery (Bilbao).

Nel frattempo in strada prendono forma i dipinti architetturali di Poni (Galeria Balneario), Pro176 (Swinton Gllery), Artez (Galo Art Gallery) e Marat Morik (RUArts Gallery). La fiera infatti ha previsto una serie di interventi realizzati da alcuni degli artisti presenti in fiera.

Dal lato espositivo tanta roba ma il contenuto che attendevo era la parte di programma dedicato ai Talk. Una sala di circa 200 mq completamente abbigliata di un rosso fluo accecante, ha ospitato la rassegna BSA Talks organizzata appunto dai fondatori di Brooklyn Street Art, Jaime Rojo e Steven P. Harrington che si sono chiesti ed hanno chiesto ad i loro invitati “How deep is the street?”. A rispondere, ognuno con la propria esperienza, vari operatori culturali, architetti, artisti e ricercatori. Una vera e propria tavola rotonda in cui si è fatto il punto su cosa è stato prodotto finora in termini di urban culture e soprattutto quali saranno gli scenari futuri.

Nei tre giorni di talk hanno colpito particolarmente la mia attenzione:

Denis Leo Hegic (curatore di Monumenta Leipzig) che con il suo speech “The inteligence of many” ha indagato come la cultura di strada e le tecnologie digitali continuano ad appiattire le gerarchie nel mondo dell’arte a favore di verso un nuovo modo di lavorare collaborativo;

Fernando Figueroa (Storico dell’arte ed esperto di Graffiti) che ha indagato i graffiti come “barometro sociale” e specchio della società in cui viviamo;

Sabina Chagina (Organizzatrice di Artmossphere Biennale a Mosca) che ha raccontato la propria esperienza di organizzatrice di una biennale di urban art in Russia.

E in ordine sparso Okuda San Miguel, Juan Bautista Peiró e Sergio Pardo, Jan Kalab, Alberto Gonzalez Pulido, Susan Hansen e Bill Posters, Dan Witz e Pascal Feucher hanno espresso il loro punto di vista sull’urban culture.

Insomma, quattro giorni intensi in un ambiente informale e rilassato in cui sono nate nuove amicizie, idee ed opportunità di cooperazione internazionale. La sensazione che ho avuto è stata di totale inclusione. Infondo la strada non è l’unico posto dove non esistono porte da chiudere?

 

Greg Jager

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