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Di segni comuni canti: il progetto di Collettivo FX e Reve+, da Reggio Emilia alla Cina

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C’è stato un tempo in cui ho studiato la lingua cinese. Durante quelle poche lezioni che ho preso, mi è stato detto che, per via dei tanti dialetti e delle ancora più persone che abitano quell’immenso territorio, può succedere che, per capirsi, i cinesi non debbano parlarsi ma scriversi. Ossia tracciare dei segni grafici, delle forme di colore, su un supporto che, se messi a sistema, permettono a tutti di sorpassare la barriera linguistica.

E di barriere, soprattutto fisiche, ne sappiamo qualcosa da due mesi a questa parte. La lingua parlata è diventata un problema proprio perché parlata, “sputazzata”, e il “distanziamento sociale” (che bruttissima definizione) non ci ha permesso di avvicinarci (o di allontanarci, eccessivamente, da casa) al fine di evitare la propagazione del virus. Eppure, le attività dell’uomo (e tra queste anche l’arte) sono dovute proseguire, in un modo o nell’altro. Lenin si sarebbe chiesto: “Che fare?”. Forse vaneggio, ma Collettivo FX e Reve+ pare proprio che gli abbiano dato la risposta: il progetto “Di segni comuni canti”. 

“L’idea – mi racconta Collettivo FX – risale a otto anni fa quando, con Reve+, ci eravamo messi a realizzare disegni incompleti da dare alle persone affinché li concludessero. Il progetto è tornato in auge nei giorni del lock down, quando l’uso del web a fini culturali è stato incondizionato ma, a nostro parere, non sempre riuscito. “Ma invece di lasciare le persone tutto il giorno davanti al pc, facciamole uscire a disegnare!”, abbiamo pensato. E così è stato, lanciando la proposta sui social e riadattando “Di segni comuni canti” ai 200 metri di allontanamento da casa”.

In sostanza. Collettivo FX e Reve+ abitano dalla parte opposta della stessa città, Reggio Emilia. Nei 4 km che li distanziano hanno coinvolto sei o sette persone che potessero far arrivare lo sketchbook di Collettivo FX a Reve+ e quello di Reve+ a Collettivo FX secondo un percorso prestabilito proprio dai due artisti. I partecipanti, tuttavia, non si sono limitati a fare da staffette: dotati di DPI e a un massimo di 200 metri da casa, infatti, quelli che hanno partecipato a “Di segni comuni canti” hanno di volta in volta proseguito i disegni lasciati da Collettivo FX e Reve+ riempiendo i due sketchbook di segni, disegni, parole e collage. Uscendo così di casa e comunicando senza, tuttavia, parlare.  

La cosa bella – continua Collettivo FX proprio nel giorno di consegna dello sketchbook di Reve+ a casa sua – non è la qualità estetica delle opere (che, comunque, c’è) ma vedere come, tra tutti i partecipanti, a essere stato ricercato sia stato il dialogo. Un dialogo che, ovviamente, è passato per i disegni, realizzati da mani diverse ma in grado di creare una vera e propria storia con un senso. Un altro aspetto interessante, poi, è che tanti contenuti parlano di questo momento storico: per esempio, una cartolina ha come destinatario “Covid, via dappertutto”, poi ci sono disegnati Amuchina, ancora Covid, c’è una pagina con rimandi diretti e indiretti alla pandemia. Di certo, la dimensione è quella del gioco e il sentimento che ne esce è complessivamente positivo, di disegni incazzati ce n’è solo uno”.

Ma c’è di più. Ricordate quando vi parlavo delle mie lezioni a base di putonghua? Ebbene, il rimando non è casuale. “Dopo qualche tempo dall’inizio del progetto – mi dice ancora Collettivo FX – Andrea Baldini ci ha proposto di far uscire il progetto da Reggio Emilia. Insieme, infatti, abbiamo capito che col disegno si riescono a far dialogare culture diverse, anche una persona che parla italiano con una che parla, chessò, cinese. E chi meglio di un Professore Associato di Estetica e Teoria dell’Arte presso la Scuola d’Arte dell’Università di Nanjing poteva confermarcelo? Andrea, quindi, ci ha convocati a fare lezione nientemeno che in Cina (su Skype, ovviamente) per spiegare questa cosa e il nostro progetto. A fine lezione, poi, abbiamo mandato alcune delle nostre tavole ai ragazzi cinesi, i quali dovranno a loro volta concludere quello che noi abbiamo solo iniziato a disegnare (non a caso il progetto si chiama “It’s time to draw”)”.

C’è un futuro per questo progetto, anche adesso che usciamo dalla fantomatica fase 1 e iniziamo quella, ancor più fantasmagorica, fase 2? “Certo, il nostro obiettivo è quello di dare valore al disegno come parte della quotidianità: vogliamo che l’idea giri, vogliamo arrivare a costruire un metodo per il futuro. Il web, in questo, deve avere di certo avere il ruolo dell’approfondimento ma non deve in alcun modo sostituire la realtà”.


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