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Decolonizzare lo Spazio Pubblico

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Nell’aprile 2018 l’artista Sudafricana Tony Gum presenta a Milano “Rock Cause Analysis”. Una vera e propria analisi scolpita nella pietra che prende il via da una semplice osservazione dello spazio pubblico a lei circostante: i monumenti a Capetown. Presenze ingombranti fisicamente e simbolicamente, uomini, bianchi, innalzati a modello. 

Tony propone un’alternativa, utilizzando l’autoritratto fotografico che contraddistingue la sua opera: si immortala in quattro differenti pose, quattro differenti monumenti innalzati a quattro figure archetipiche di donne, esponenti di quattro diverse tribù Xhosa. Tony celebra le sue radici e la figura femminile incarnandone solo alcune delle molteplici virtù. E lancia un messaggio:

perché i monumenti celebrano solo una parte della popolazione, perché solo una parte della storia?

É il dicembre 2019, siamo in Virginia, a Richmond, a pochi chilometri di distanza dalla Monument Avenue, luogo simbolo dei Confederati. Kehinde Wiley, artista afroamericano, inaugura la sua monumentale scultura “Rumors of War”: un ragazzo nero, in felpa e jeans, con i dreadlocks al vento, cavalca un cavallo in una posa simile a quella dei generali confederati.  L’artista commenta così l’installazione della statua: 

“We say yes to something that looks like us. We say yes to inclusivity. We say yes to broader notions of what it means to be an American”. (“Diciamo di sì a qualcosa che ci assomiglia. Diciamo di sì all’inclusività. Diciamo di sì ad una più ampia definizione di cosa significhi essere americani”).

Giugno 2020, le statue iniziano a cadere. Il movimento Black Lives Matter, incendia il mondo intero e una cosa è chiara: la riflessione ha lasciato il campo all’azione. Il teatro dello scontro non può che essere lo spazio pubblico.

Luogo di conflitto e negoziazione per eccellenza, lo spazio pubblico che dovrebbe essere di proprietà di chi lo vive é invece da sempre luogo di perpetrazione della diseguaglianza sociale. Il potere viene esercitato nello spazio pubblico in molteplici modi, spesso così semplici e apparentemente innocui da sembrare normali e non destare alcuna preoccupazione: penso alle recinzioni che delimitano i giardini “pubblici” consentendo l’accesso solo in alcune ore prestabilite, alla videosorveglianza, ai parcheggi a pagamento, alla repressione di controculture, subculture e minoranze che vengono spinte ai margini delle città dal potere che vuole i centri cittadini immacolati, opulenti, miraggi di perfezione volti ad attrarre ricchi consumatori.   

Ma in quanto fulcro dell’esercizio del potere, lo spazio pubblico non può che essere anche il luogo della resistenza, attuata mediante un caleidoscopio di forme e linguaggi, e quindi del dibattito e dello scontro. Tutto quello che avviene nello spazio pubblico assume dunque un imprescindibile significato politico, che lo si voglia o meno. I graffiti rappresentano ovviamente una manifestazione di resistenza. I monumenti l’esercizio del potere.

I monumenti presi di mira dai manifestanti sono quelli di schiavisti, generali confederati e altri simboli della supremazia bianca. Non si tratta di rappresentazioni oggettive di fatti storici, bensì di una narrazione romanticizzata volta a celebrare un’idea politica e ad imprimerla nella storia come se si trattasse di una verità inconfutabile. É propaganda travestita da storia. Non sorprende che dal punto di vista prettamente artistico le forme e lo stile utilizzati erano sempre quelli della “tradizione” e mai quelle delle avanguardie. Non è difficile “smascherare” il portato ideologico che si cela sotto queste statue, sono sufficienti poche e semplici domande.

Perché la stragrande maggioranza dei monumenti in tutto il mondo è dedicata a uomini bianchi? Perché la storia sembra sempre reticente a celebrare le donne o le persone di qualsiasi genere appartenenti ad altre etnie? Possiamo noi tollerare l’imposizione di una narrazione che interessa solo una parte del tessuto sociale? Possiamo idolatrare persone responsabili delle disuguaglianze? Possiamo celebrare persone che si sono macchiate di orrendi crimini contro l’umanità?

L’analisi é un esercizio sano del pensiero e del progresso e lo spazio pubblico non può che esserne la prima linea. Si chiede semplicemente questo: di liberare lo spazio pubblico da una connotazione politica che non ci deve appartenere, non si chiede di cancellare una pagina di storia, si chiede di darle il giusto riconoscimento proprio in quanto tale, se quelle stesse statue, infatti, venissero inserite in contesti museali troverebbero allora il loro compimento a livello didattico. 

I piedistalli vuoti così come le statue ancora in piedi, ma ricoperte da scritte e slogan sono ora una preziosa testimonianza della contestazione dello spazio pubblico. In quanto soggetti interessati da un atto performativo, esse diventano una nuova opera d’arte che interagisce con la precedente, alterandone o aggiungendo significato. Poco importa che le autorità provvederanno senza dubbio ad una pulizia generale, l’effimero é parte integrante dell’arte nello spazio pubblico, anzi, sarà proprio la cancellazione di quelle scritte a consacrare il carattere artistico e la portata culturale di tali azioni. 

Cosa si prevederà per il futuro dei monumenti nello spazio pubblico è ancora difficile da stabilire, Tony Gum e Kahinde Wiley ci hanno fornito delle opzioni su cui penso sia bene riflettere. Decolonizzare la storia e lo spazio pubblico sono tappe obbligatorie del percorso verso l’uguaglianza sociale, è ora che l’Occidente bianco ammetta le proprie responsabilità e i propri crimini e faccia qualcosa per rimediare. Il discorso è ovviamente estremamente complesso e tocca le fondamenta della struttura economica, politica e sociale globale, sarà un percorso lungo, tortuoso e faticoso, ma qualcosa sta cambiando, cominciamo da qui.

Raffalla Carillo

Nota della redazione

Mentre Raffaella scriveva, dall’Inghilterra, questo articolo, a Milano si (ri)accendevano le contestazioni alla statua (e alla figura, e ai disvalori) di Indro Montanelli ai giardini pubblici di Porta Venezia. Ieri Ozmo ha affisso, in via Torino, questo paste up, descrivendo come segue il suo gesto. Ci è sembrato giusto, in continuità a quanto scritto, aggiungere questa nota in calce.

Foto di WallsOfMilano

“L’intervento di Street Art ‘Monumento in memoria della sposa bambina, in Montanelli’, che è apparso lunedì mattina a Milano in Via Torino è nato rispondendo all’invito lanciato il 9 giugno scorso da Igiaba Scego, con un articolo sulle pagine di ‘Internazionale’. Raffigura un piedistallo monumentale sul quale si erge idealmente, Fatima-Destà, la bambina di 12 anni che Indro Montanelli sposò in Eritrea da soldato, grazie alla controversa pratica chiamata ‘madamato’, che permetteva ai cittadini italiani nelle colonie di accompagnarsi temporaneamente con donne native. La foto è contemporanea e raffigura una bambina Eritrea, all’incirca della stessa età di Fatima-Destà, vestita con abiti sgargianti mentre porta al villaggio dell’acqua potabile nella sua grossa tanica gialla a tracolla. Il viso è coperto da una macchia di colore-mascherina. Vediamo solamente gli occhi, che ci guardano in modo ambiguo: sono sorridenti o in una smorfia di dolore? Pur non escludendo a priori la distruzione dei monumenti, questa opera vuole rispondergli con un gesto artistico, poetico e creativo, perché questo è, a mio avviso, uno degli scopi dell’Arte. L’intento è, come suggerito da Gianni Rodari già nel 1960 e dalla Sciego nell’articolo, di ampliare i monumenti esistenti e ridare dignità alla parte lesa e non celebrata. Rappresentando idealmente su questo piedistallo una bambina, africana, infibulata, venduta in sposa a un soldato bianco, vittima più volte del colonialismo dell’uomo, in questo momento delicato di lotte globali per i diritti delle minoranze etniche esplose dopo l’assassinio di G.Floyd, vorrei ridare almeno in parte dignità ai deboli, emarginati, violentati e derubati. Immaginarla libera, protagonista, dipinta in un gesto di orgoglio, è la mia dedica a chi, come lei, si trova dalla parte danneggiata e sfruttata della storia. Ozmo”.


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