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Storia di Urban Nation a Berlino

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Uno dei tratti che più mi affascinano e allo stesso tempo preoccupano dell’arte urbana è che, di fatto, graffiti a parte, non ne viene scritta la storia. Almeno non ancora, o comunque non in modo uniforme – forse anche un po’ didattico. Ma onestamente se da un lato vorrei che in un utopico futuro i capitelli dorici, Caravaggio, Picasso e – ad esempio – Blu convivessero nelle stesse pagine di un libro di scuola, dall’altro il battito di ciglia con cui è possibile scovare e perdere un outline o un’opera di street art rinnova di continuo la mia passione verso l’urbanità. 

Senza ombra di dubbio alcune città sono storicamente, socialmente, culturalmente e architettonicamente più predisposte rispetto ad altre ad offrire ed ospitare muri parlanti.E, tra queste, Berlino non fa eccezione.

Capitale e metropoli cosmopolita Berlino è uno di quei posti che raramente lascia a mezzi termini: o te ne innamori o non se ne fa nulla. Prendere o lasciare. Che sia forse una città-metafora su cosa sia il vero amore? Chi può dirlo. Ma una cosa è certa: nella sua storia controversa, dissestata e ricostruita Berlino non ha mai nascosto la sua relazione aperta con l’arte urbana. E per “aperta” intendo aperta a tutti, e per “tutti” intendo la globalità: arte come forza divulgativa, prima di scontro e rivendicazione e poi integrativa e incoraggiante il dialogo tra cittadini, visitatori ed artisti. E proprio questo è il monito e l’obiettivo con e per cui sia nata Urban Nation

Il 16 settembre 2017, al numero 7 di Bülowstraße, a unique global Institution for urban contemporary art in the heart of Berlin apre le sue porte. Arte e cuore, il binomio perfetto per ripensare e riprogettare la definizione classica di museo. Urban Nation ha una casa ed è una casa: ospita mostre a rotazione e ospita artisti con un apposito e ben studiato programma di residenza. Ma come in Dirty Dancing “nessuno può mettere Baby in un angolo”, allo stesso modo nessuno può o – voglio essere categorica – deve “limitare” la street art nelle sole mani della museologia. E questo Jan Sauerwald – direttore esecutivo di UN – lo sa bene anzi, a dirla tutta, non l’ha mai voluto. Gli spazi pubblici sono parte integrante e indispensabile della curatela, perché se c’è una cosa che a questa stravagante metropoli non piacciono sono proprio i confini: sono quelli i veri muri da abbattere, quelli che dividono, disperdono e distruggono il senso di comunità. 

Urban Nation rinnova costantemente l’iniziativa di trasformare le facciate degli edifici cittadini in gigantesche gallerie a cielo aperto: il museo stesso cambia periodicamente aspetto ad insegnarci che il cambiamento è lecito se non doveroso; il paesaggio cittadino, come quello culturale, muta quotidianamente e noi possiamo e dobbiamo abbracciare questa incessante ciclicità fatta di novità e riscoperte. 

La giungla urbana – espressione quantomai divertente ma pur sempre veritiera – è qualcosa di più del caos generato da ritmi incessanti e vite frenetiche, i quartieri sono una moltitudine di voci: rabbia, gioia, bisogni. Urban Nation con il progetto “ONE WALL” opera in questo senso, nella trasmissione e mediazione dei messaggi della comunità. Ancor prima di essere istituzione con una casa-base fisica, UN dal 2014 è un collettivo operante a livello internazionale: artisti conosciuti ed emergenti vengono “chiamati alle armi” per lavori monumentali rappresentanti il rispettivo distretto locale. Un confronto continuo con chi vi abita, chi vi è di passaggio o chi – casualmente – ci capita per la prima e magari ultima volta nella sua vita: in questo modo il volto della città cambia espressione, all’insegna dell’interazione e dell’integrazione. L’artista stipula con l’ambiente e con le persone un personalissimo accordo che al grido di “one wall, one artist, one message” diventa di intimo dominio pubblico. Ecco a cosa mi riferisco: One Wall Urban Nation Project.

Camilla Castellani


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