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Un’esposizione… Unknown

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Quando si dice nomen omen. Non è certo il mio caso, atea con un cognome che parla di vero e proprio amore per dio, ma di quello di “Unknown”, dall’1 agosto al 13 dicembre al Teatro degli Arcimboldi di Milano. Ignota già a partire dalla definizione, la.. mostra? Esposizione? Mostra evento? Percorso conoscitivo? Intrattenimento? (tutte parole tratte dal comunicato stampa) mette insieme opere di Blu, Banksy, Ericailcane, Phase2, Delta2, BenEine, 3D, Bordalo II, KayOne, Flycat, Styng, Etnik, Swoon, Faith47, Serena Maisto (e sicuramente di tanti altri di cui mi sto dimenticando). Sarà forse per questo che ha come sottotitolo “Street Art Exhibition”?

A dirla tutta, non lo so davvero. E non lo so al punto che, ancora adesso, a distanza di circa un mese dalla visita, quella in scena al Teatro degli Arcimboldi di Milano mi risulta ancora un’operazione fortemente lacunosa, manchevole e, insomma, sconosciuta, unknown.

Pertanto in questo articolo io e l’amico Rendo cerchiamo di analizzare tutti i tasselli ignoti di quella che chiameremo “exhibition”, come il sottotitolo suggerisce, cercando di spiegare perché mai titolo fu più azzeccato. Nel farlo, non vogliamo certo metterci al posto del curatore: noi siamo ben consapevoli di fare altro nella vita.  

Unknown: la curatela

Primo e più grande mistero di tutta la faccenda è proprio la curatela. Leggo dal comunicato stampa: “Next Exhibition e Show Bees, in collaborazione con il Collettivo di collezionisti Xora e con il curatore di allestimento Lacryma Lisnic sono lieti di presentare, per la prima volta in Italia, Unknown – Street Art Exhibition”. Chi sono queste realtà? Next Exhibition srl è un’azienda italiana che produce, organizza e realizza esposizioni temporanee improntate al concetto di edutainment (quelle, immersive, di Monet e Van Gogh, o di The Human Body, per intenderci). ShowBees, specializzata nel settore dell’entertainment, è un’agenzia che opera nel settore dello spettacolo (musica, danza, cabaret, teatro alternativo) e delle performing arts. E fin qui tutto (più o meno) ok.

Ma il bello arriva adesso. Xora non ha un sito web, ha un profilo Instagram, due pagine personali Facebook e tra le mostre più note che ha organizzato ci sono, a detta dei giornali locali, Street Vinyl e Street Art in Blu a Torino, oltre alla nostra Unknown. Stessa cosa, ma con molti meno riferimenti web (niente sito, niente canali social), vale anche per Lacryma Lisnic, “curatore di allestimento” che nei suoi più recenti lavori ha, sempre a detta della stampa online, proprio l’allestimento della mostra Street Art in Blu a Torino, oltre a Unknown.

Ora, sarò anche drogata di world wide web ma non farsi trovare online lascia perplessi. Se a questo aggiungiamo che anche i contatti di queste persone (da me richiesti all’ufficio stampa e mai avuti) sono ignoti, non possiamo che trarre certe conclusioni.

“Sono convinto – mi dice Rendo – che un collezionista sia un testimone che sceglie di prendersi cura delle opere che ha acquistato per tramandarle e che un curatore sia una figura in grado di selezionare quelle stesse opere prendendosi la responsabilità di proporre una visione, la propria, di un fenomeno artistico, per lasciare al pubblico qualcosa di valore. Temo, invece, che in questo caso si sia persa l’opportunità di consegnare al grande pubblico un prodotto culturale”.

E aggiunge: “Ti dirò di più: non capisco che senso abbia proporsi usando uno pseudonimo. Gli artisti hanno un valido motivo per farlo, non altri. Ed è ormai chiaro che un artista diventerà “un mito” non per l’alone di mistero che lo permea, come alcuni credono, ma solo se sarà in grado di proporre opere che lo faranno emergere. Tutto il resto non è altro che una sovrastruttura simbolica conseguente, che non è in grado di reggere da sola. Così come la storia ci ha insegnato che spesso è stata la passione di un collezionista illuminato o la competenza di un curatore a plasmare il percorso di un movimento artistico”.

Unknown: il percorso espositivo

La mancanza di una curatela porta inevitabilmente con sé un problema di confusione espositiva. Rendo l’ha definita “opere esposte senza una logica dichiarata”, a me piace pensarla come la cesta dell’intimo al mercato di Prato Centenaro. Senza testo critico introduttivo, senza troppe indicazioni storiche (fatta salva una timida linea del tempo che dai graffiti porta alla street art), solo nella prima sala tele di KayOne della prima decade del 2000 alloggiano nello stesso spazio di una tag di Phase 2 del 1984 e di un’opera di Blu del 2016.

Opera che, per altro, è uno stacco di 111×377 cm da un muro di Bologna, ma non mancano segnaletica stradale (divelta, suppongo) con stencil di Banksy, saracinesche smontate con opere di Blu, uno stacco di affresco sempre di Blu e fotografie varie di opere di Banksy di grandi dimensioni (grazie al cielo o ci saremmo trovati pezzi di muri da Bristol o dalla barriera tra Israele e la Striscia di Gaza).

“Quando un curatore realizza una mostra – continua Rendo – fa un vero e proprio gesto politico: invitare o escludere determinati artisti o scegliere con quale criterio sequenziale esporne le opere significa tracciare una rotta. E da tali scelte deriva una responsabilità: quella, cioè, di proporre la propria visione di un determinato fenomeno artistico. Da artista so quanto impegno e coraggio serva a costruire una personale impalcatura teorica. Farlo espone a critiche, ma è proprio lo sviluppo di un inevitabile dibattito a produrre la crescita culturale di cui un movimento artistico ha bisogno. In questa “exhibition” (non mostra) non c’è una proposta di visione, ma una semplice esposizione di “pezzi”.

Unknown: il motivo per cui alcuni artisti non si sono opposti

É un tassello che proprio non mi spiego, come tutte le volte in cui vengono organizzate operazioni di questo tipo. Per fortuna, a darmi un parere “legale” sull’argomento ci ha pensato Roberto Colantonio, avvocato Cassazionista che si occupa di diritto del lavoro e del diritto d’autore, che nel 2017 ha dato alle stampe il libro “La Street Art è illegale? Il diritto d’arte in strada”, con Iemme Edizioni (2017).

“Quando un artista vende un’opera – mi spiega Roberto – vende il corpus mechanicum, che è il supporto, e non il corpus mysticum, ovvero l’insieme di diritti, di natura morale ed economica, legati all’opera stessa. I diritti d’autore sull’opera restano all’artista, a meno che questi non li abbia ceduti a sua volta (ma dev’essere scritto nel contratto). Il supporto di un’opera d’arte rappresenta una proprietà privata peculiare rispetto all’acquisto di una casa o di un’automobile: il proprietario può venderla, regalarla, deformarla, mutilarla e modificarla fino a distruggerla (a meno che non abbia un riconosciuto interesse storico-artistico), ma tutti gli altri usi sono in qualche modo limitati. Per esempio, se il proprietario volesse noleggiarla, affittarla, darla in comodato oneroso, esporla in mostra a pagamento, egli dovrebbe avere l’autorizzazione dell’artista; potrebbe farlo anche senza autorizzazione purché l’uso non leda l’onore o la reputazione dell’artista, per esempio se l’opera viene esposta in una mostra nazista o che inneggia alla pedofilia, fatti salvi i diritti patrimoniali d’autore e tenendo conto di alcuni ripensamenti della giurisprudenza. In tutti questi casi l’artista si può opporre o chiedere comunque che gli venga riconosciuta una indennità/risarcimento, commisurata al prezzo del biglietto o altra utilità che ne sia derivata.

Insomma, è vero che gli artisti non si sono opposti, ma è anche vero che non hanno autorizzato, oltre al fatto che difficilmente è possibile bloccare una mostra, anche per una mera questione di tempi. C’è, poi, una questione di valore: se l’opera di un artista si ritrova nella stessa mostra dove sono esposte le produzioni di grandi colleghi di fama internazionale, vuol dire che il lavoro del primo ha un riconoscimento e, dunque, vale e lo stesso trasgressore implicitamente gliel’ha riconosciuto”.

Unknown: il senso dell’esposizione

Chiudo questo articolo con lo stesso sentimento con il quale l’ho aperto, riassumibile in una parola: boh. Unknown non sono solo il curatore, il percorso espositivo, o il catalogo, unknown è proprio il senso dell’intera operazione. O, forse, l’unico motivo known sono i 17 Euro da pagare a TicketOne prima di varcare la soglia di ingresso.


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2 thoughts on “Un’esposizione… Unknown

  1. Salve sono uno degli xora se ha il piacere di fare due parole mi lasci il suo numero di telefono e un orario in cui lei è disponibile
    Il suo articolo mi è piaciuto molto
    Un saluto
    Xora

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